SANT’ANASTASIA. Archeologia, fede, folclore e arte abbracciano il culto della Madonna dell’Arco, tutto questo raccontato dallo studioso anastasiano Salvatore Colombrino.

In prossimità delle feste pasquali, i devoti della Madonna dell’Arco iniziano a prepararsi tra riti religiosi e folcloristici. Una storia antica che ha affascinato non solo la gente comune ma anche musicisti, scrittori, artisti, poeti. Una fede viscerale, passionale che nei secoli non ha risparmiato nessuno, disoccupati, anziani, donne, bambini, giovani. Una fede passionale, arcaica, legata al culto della madre terra, della fertilità. Ma la sua storia non è solo devozione ma trova radici profonde anche nell’archeologia e a raccontarcelo è lo studioso anastasiano Salvatore Colombrino.

Inizia a spiegarci: “Migliaia di pellegrini si recano al santuario della Madonna dell’Arco il lunedì dopo Pasqua, una tradizione popolare che ha origini antiche” poi Colombrino afferma: “dove oggi sorge il Santuario un tempo passava un arco romano, che secondo il racconto di Ambrogino Caracciolo doveva trattarsi dell’acquedotto Macchia affluente dell’Augusteo proveniente da Serino e diretto a Baia nella Piscina Mirabilis. Su un arco romano era raffigurata l’immagine della Madonna dell’Arco dipinto da un anonimo, che forse secondo Celano si trattava di Tesauro.  Probabilmente il dipinto fu realizzato per proteggere l’antico popolo da possibili eruzioni del Vesuvio”.

Lo studioso poi racconta i miracoli che hanno reso l’immagine e il posto oggetto di culto e devozione, inizia con la Madonna sanguinante: “Il primo miracolo si è verificato durante il lunedì dell’Angelo nell’anno 1450, dopo una partita di pallamaglio che si svolgeva in occasione della festa, un uomo arrabbiato per la sconfitta subita iniziò a bestemmiare, e scagliò una boccia contro l’immagine sacra. Dal volto della Madonna, precisamente dalla guancia sinistra, iniziò a sgorgare sangue. La notizia giunse al Conte di Sarno, il quale predispose un processo contro il giovane bestemmiatore e lo condannò all’impiccagione. L’uomo fu giustiziato al tiglio vicino all’edicola e due ore dopo, il corpo ancora penzolante rinsecchì. La notizia iniziò a diffondersi e il luogo, ormai divenuto sacro, incominciò ad essere una meta per pellegrini”.

Colombrino continua a raccontare: “Il secondo prodigio avvenne il 2 aprile del 1589, sempre nel lunedì dell’Angelo, una donna chiamata Aurelia del Prete bestemmiò più volte contro l’immagine della Madonna dell’Arco, perchè aveva smarrito un piccolo maialino durante la festa dedicata alla Vergine. L’anno successivo la donna fu colpita da una grande malattia ai piedi che la costrinse al letto per lungo tempo e un giorno, inspiegabilmente, le si staccarono le gambe. La bestemmiatrice collegò il terribile episodio alle ingiurie che aveva rivolto alla Madonna l’anno prima. Oggi i piedi sono ancora esposti in una gabbietta di ferro e visibili nel santuario”. Ma non sono solo questi i due fatti misteriosi accaduti in terra anastasiana, nei secoli migliaia di volte si è gridato al miracolo e non si contano i fedeli che hanno “reso grazie” nel tempo alla Madonna dell’Arco.

Come abbiamo anticipato, sono numerose le discipline che hanno abbracciato il culto mariano, non solo filoni teologici, artistici e culturali ma anche la sociologia e l’antropologia si sono occupate del fenomeno dei battenti, ossia i devoti della “Mamma e l’Arc” che da tempo immemore pellegrinano scalzi o in ginocchio innanzi alla sua immagine. Colombrino sul fenomeno ci spiega: “É l’ espiazione dei fujenti, vestiti di bianco e a piedi scalzi, che nell’ultimo tratto della processione corrono freneticamente verso il santuario per espiare il peccato dell’empio giocatore. È la “trance “della Madonna dell’Arco, come la definiva Lapassade, quando i portatori danzano con il loro fardello al ritmo delle orchestrine. I fujenti entrano in chiesa in ginocchio, piangendo, e si portano fino all’altare, urlando parole non comprensibili e talvolta in piene convulsioni”. Se all’interno del luogo sacro i fujenti rendono grazie alla Vergine nel modo come gli è stato tramandato dalle antiche usanze, all’esterno si celebrano riti pagani a suoni di tamburo.

 

Sono le tammurriate che i contadini eseguono per celebrare la Madonna e la fecondità della terra. Il nostro studioso continua a raccontare: “Come un lampo breve di una luce antica, che guizza improvvisa nel corpo, c’è il recupero istintuale, carnale, di un antico messaggio dionisiaco di felicità danzante nel corpo posseduto. Espiazione, pianto, purificazione e infine gioia, scampagnata, canti e balli. Famosi i dipinti francesi che raffigurano il ritorno dalla festa della Madonna dell’ Arco quando al tramonto i carri addobbati a festa trainati da buoi ritornavano nelle masserie della “terra di lavoro”.

Tutto questo e altro ancora è la festa della Madonna dell’ Arco, la nostra festa che alle prime luci dell’alba quando i pellegrini accorrono verso il santuario, ravvivando ogni strada anche le più solitarie, attirati come da un magnete dai rintocchi incessanti delle campane e dal faro tricolore posto sulla guglia del campanile a guisa di stella cometa per indicare la direzione, non verso una grotta, ma sotto un arco di un acquedotto dove un anonimo dipinse una Madonnina con il suo bambino”.