Al teatro Bellini due imponenti trasmutazioni di drammi di Shakespeare. Tito e Giulio Cesare, fino al 24 marzo.

Tito è un uomo che torna dopo dieci anni di guerra a casa. Le luci e le musiche creano un’atmosfera coinvolgente dal primo minuto, gli interpreti sono all’altezza dei loro ruoli. Gli argomenti sono tristemente attuali, come la violenza gratuita quotidiana, i ruoli della politica e la violenza sulle donne.

Mentre in Giulio Cesare, i protagonisti sono quattro: i congiurati Bruto, Cassio e Casca, dopo aver ucciso Cesare cercano le ragioni profonde del loro omicidio e ne sono al tempo stesso travolti; Antonio, intanto si chiede: chi o cosa può venire dopo Cesare?

Così Tito Andronico Giulio Cesare di Shakespeare riscritti e diretti l’uno da Michele Santeramo/Gabriele Russo e l’altro da Fabrizio Sinisi/Andrea De Rosa sono due atti di un unico spettacolo.”.

Tito Giulio Cesare sono due dei titoli che hanno fatto parte di Glob(e)al Shakespeare, il progetto del 2017 per il quale Gabriele Russo, che l’ha ideato, si è aggiudicato il Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro come migliore progetto speciale.

Ho incontrato ed intervistato per i lettori della Provincia online, alcuni attori della compagnia, abbiamo riflettuto insieme, spesso con risate amare, sulla trama e sull’attualità delle tematiche di Shakespeare.

Ho avuto poi la fortuna di frequentare il corso di Fotografia del teatro, a cura di Mario Spada e Marina Dammacco, che ci hanno dato la possibilità di assistere alle prove teatrali di alcuni spettacoli tra cui Tito/Giulio Cesare.

In ordine puramente alfabetico, riporto le conversazioni con gli attori.

Ernesto Lama trovo questo trasposizione interessante, innovativa, rispecchia l’attualità, non è vecchia, quindi, si proietta soprattutto nella scrittura, ma anche nella regia, in una dimensione con una teatralità moderna, basata sul ritmo e sulla velocità.  Viviamo in una dimensione di social e di velocità, che il teatro deve per forza adeguarsi a una tempistica di invasione. Una pausa oggi in teatro deve essere contestualizzata da un ricordo, da una presenza. Il mio personaggio, Saturnino, incoronato perché primogenito di Tito, è un folle sanguinario, non mi rispecchia ma mi fa riflettere. Nel senso se la pace è questa, cioè totalmente violenta, allora paradossalmente contestualizziamo la guerra. Sia in Tito che in Giulio Cesare mi è piaciuta la totalità dello spettacolo, trovo gli attori e gli interpreti straordinari, e la scena che mi ha colpito per attualità è la scena dello stupro. Subentrando io negli ultimo giorni, questa scena mi ha fatto effetto. Shakespeare centinaia di anni fa, scriveva questo, e a distanza di 4 km da qui, una ragazza, in pieno pompeggio è stata violentata da 3 persone nell’ascensore della circumvesuviana, e succede ogni tre secondi nel mondo, pensi che non è cambiato niente, anzi un’involuzione. Le persone con o senza social si dividono in persone educate e maleducate, se vieni a teatro e stai tutto il tempo con il telefonino, allora è meglio restarsene a casa, non vedo perché venire a teatro per starsene con un cellulare in mano, è un fatto di educazione. La ripresa nuova stagione, dello spettacolo Fronte del porto, che ha avuto molto successo questa stagione, e lo riporteremo in scena tutta la stagione prossima. Tra qualche giorno degli spettacoli musicali debutto con uno spettacolo di musiche di “E. A. Mario”, un autore musicista napoletano che ha scritto tante cose. E poi altri spettacoli miei come “Sottovoce”, “Suoni per due”.Ad aprile staremo con Tito/Giulio Cesare a Cesena e Bologna e a maggio a Roma, all’argentina per una settimana intera.

Daniele Russo Trovo che drammaturgicamente sia stato fatto un lavoro straordinario,  Shakespeare ha un tipo di scrittura concentrica e particolareggiata. Prendendo alcuni testi è come si andasse ad ingrandire uno dei mille temi in cui sono popolate le opere di Shakespeare, e in questo caso, parlando entrambi i testi in qualche maniera della figura del padre, dei tiranni e del potere, trovo che i due testi siano assolutamente in relazione tra loro e assolutamente contemporanei, dell’oggi e del sempre e poi perché si puoi fare un ragionare sul potere, sulla gestione del potere e  padroneggiarlo. Molto interessante. Credo sia stato fatto un lavoro, da Sinisi e Santeramo davvero incredibile. In entrambi questi casi, penso che i personaggi siano molto distanti da me, una cosa che come al solito mi fa molto piacere. Trovo che siamo anche molto distanti tra loro, pur essendo entrambi molto forti. In Tito: Aronne è caratterizzato da questa cattiveria,  unico suo motore che lo porta ad agire. Cattiveria peraltro molto spesso fine a se stessa, non una cattiveria per la cattiveria, ma per il gusto di essere cattivi. Sembra un po’ l’embrione di Iago, dalle prime opere che ha scritto Shakespeare, sembrerebbe aver preso anche un po’ da lì.  Anche se Iago ha delle motivazioni diverse, come quelle della gelosia, ma diverso è Aronne, in questo caso Aronne agisce per il gusto di essere cattivo. Questa cosa mi sembra tristemente moderna, se pensi agli hacker su internet che spargono odio senza una reale motivazione, oppure l’approccio che si ha oggi con alla violenza nel quotidiano che è molto più normale e gratuita mi prende molto. Mentre in Cesare, Cassio è un personaggio politico, mosso da grandi ideali conservatori forte, che non sono miei. Un uomo di potere che lavora anche dietro le quinte, come un Andreotti e un Craxi. Un personaggio molto interessante e con una forza scenica, logica e concettuale molto potente. Toccano molto, forse troppo paradossalmente, essendo due in una sera sola. Tematiche attuali, il rapporto tra popolo e politica, che ruolo ha lo stato e il popolo all’interno dei giochi di potere, in questi tempi che la politica viene gestita quasi come una cosa propria. In entrambi gli atti muoio. Ma per fortuna non sono di quegli attori che dice si fatica troppo a morire, ormai mi ci sto abituando, muoio in quasi tutti gli ultimi spettacoli, eccezione è “Fronte del porto” è uno di quegli spettacoli dove non muoio, ma in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e anche in “Arancia meccanica” morivo. Evidentemente al teatro morire porta bene. Al cinema quando debutti come cadavere dicono porti bene. Quindi anche a teatro, dato che porto avanti personaggi con un conflitto, con una storia, non è gente che muore di vecchiaia. L’anno prossimo debutteremo con un grande classico contemporaneo, con la regia di mio fratello Gabriele, dove interpreterò un personaggio molto bello a mio parere, che però non rivelo qual è. Non muore. Girerò tutto l’anno con “Fronte del porto” e porteremo in giro “Tito/Giulio Cesare”, e poi ci sono altri due progetti molto più grandi per la stagione successiva.

Francesco Russo sette anni, terza generazione di attore di teatro da parte di padre e seconda da parte della mamma. Va bene a scuola, gli piace molto la matematica, ed è molto a suo agio a teatro dove interpreta il figlio più piccolo di Tamora in Tito. Gli piace la vita dietro le quinte, stare con gli attori, e soprattutto essere in scena e vedere il proprio padre con lui.

Rosario Tedesco entrambe le trasposizioni mi hanno molto coinvolto. Giulio Cesare, una rappresentazione che ho fatto dall’inizio, che ha posto l’attenzione sull’attimo successivo all’assassinio di Cesare, e ingigantendo in particolari il rapporto tra i 3 congiurati, Cassio, Casca e Bruto, che non fanno altro che incapparsi, arrovellarsi e ragionare sull’esito del loro omicidio, in c’è particolare il sottotitolo Giulio Cesare. Uccidere il tiranno? compiono l’omicidio per un atto di libertà ma che in realtà diventano loro stessi tiranni, e successivamente entra Antonio, il personaggio da me interpretato che nella prima parte dello spettacolo non fa altro che riempire di terra la fossa di Cesare. All’inizio con i tre ha un rapporto astratto, ma a poco a poco, diventa una sorta di nemesi, è un po’ la loro morte, il loro destino, il loro fato, a cui andranno incontro inevitabilmente.Antonio ha un doppio fondo, poi spezza questo movimento meccanico, la finzione scenica, calandosi in platea in mezzo al pubblico e con il celebre monologo, non fa altro che trasformarsi in una macchina di retorica pura, con la quale aggredisce sottilmente lo spettatore, lo soggioga, e poi lo plasma. I termini di questo spettacolo sono tirannia, populismo, manipolazione dell’opinione pubblica estremamente attuale. Ho trovato estremamente affascinante il lavoro su Tito, che comprime la tragedia, ne ripercorre tutti gli atti salienti, e in un’ora ti fa vivere tutte le vertigini di questi personaggi. Io interpreto Marco, il fratello dell’imperatore, che torna a casa, si trova sul piatto d’argento l’impero, ma lo rifiuta. Una chiave interessante, è che di fronte a certe responsabilità gli uomini chiave non vogliono prenderle, e il loro rifiuto non fa altro che generare delle catastrofi, perché il rifiuto di Tito, fa si che siano 2 i totali idioti a prendere in mano il potere dell’impero e della nazione. Questo è chiaramente un atto assolutamente pericoloso, affidare il potere a incompetenti, e credo che il momento attuale che stiamo vivendo è uno specchio perfetto di quest’opera.Io quest’opera la definisco una black commedy di come viene presentata, in maniera estraniante, e ancora di più solleva queste problematiche, e anche qui c0p una manipolazione del pubblico, di come reagisce il pubblico, rispetto anche ai personaggi; a volte ride, a volte prova pietà per i personaggi “sbagliati”.  Dei flussi di pensiero che sono vischiosi, pericolosi ma molto interessante. Credo che in Tito, colui penso di fare qualcosa per il bene comune anche viene sono disatteso. Nell’altro spettacolo ancora più forte, tiene il passo del tempo, ritmo profondo, e questa è una cosa che ti appartiene molto, sia come attore che come regista, cerco di pensare allo spettacolo come una cosa complessa e corale, non penso soltanto al mio singolo personaggio, come risultato globale che parte da quando si apre il sipario fino a quando si chiude. Prossimi progetti, subito dopo il Bellini, sarò il 26 marzo a Reggio Calabria con un mio spettacolo “Le stanze di Ulrike” scritto da Silvia Ajelli, da me diretto, sulla vita di Ulrike Meinhof.  E uno spettacolo sull’olocausto che porto sempre in giro, “Destinatario Sconosciuto” di Katherine Kressmann-Taylor, da me adattato e diretto. Un tipo di spettacolo a cui tengo molto, con tre brani che raccontano la storia della città.

Atto I Tito, riscrittura Michele Santeramo

con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Scotti, Rosario Tedesco, Isacco Venturini/Andrea Sorrentino. Regia Gabriele Russo

ATTO II

Giulio Cesare

riscrittura Fabrizio Sinisi

con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini, Andrea Sorrentino

regia Andrea De Rosa

scene Francesco Esposito

costumi Chiara Aversano

luci Salvatore Palladino, Gianni Caccia

progetto sonoro Alessio Foglia, G.U.P. Alcaro

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini