Non solo politici e magistrati: al dibattito anche lo scrittore De Giovanni e l’attore Honorato. “Difendere la Costituzione è un dovere di tutti”
di Simone Miccio*
Nell’auditorium del Parco Vesuvio, attaccato al Museo del Parco Nazionale e propinquo all’Antiquarium e a Villa Regina, diverse associazioni locali si sono riunite come comitato del “no” al referendum. Tra le sigle: “Il Melograno”, “Libera”, “Nuovo Vesuvio”, “La Stazione”, “CGIL SPI” e altri ancora. Ospiti del dibattito: Maurizio De Giovanni, uno degli scrittori italiani più di successo della nostra epoca nonché intellettuale rispettato; i magistrati Giuliano Caputo e Maria Concetta Criscuolo; il giornalista di “Repubblica” Antonio Corbo; e l’attore Marzio Honorato, volto noto della fiction di Rai 3 “Un posto al sole”. A condurre la discussione è il giornalista e storico locale Carlo Avvisati.
Tutti riuniti per dire “NO” alla proposta di revisione costituzionale presentata dal governo, che prevede la definitiva separazione delle carriere tra PM e giudici, la scissione del CSM in un organo giudicante e un altro requirente, e la creazione di un’Alta Corte disciplinare che dovrà giudicare l’operato dei giudici. Inoltre, se passasse la riforma, i membri di questi organi non sarebbero più eletti, ma sorteggiati: la parte togata tra tutti i magistrati d’Italia, quella laica da un elenco di professori di diritto e avvocati deciso dal Parlamento.
L’auditorium è discretamente pieno: 200 e più persone; davanti al tavolo dei relatori è in mostra una simpatica composizione di mimose disposte a formare un grande “NO”. tra la platea sono presenti anche il sindaco di Boscoreale Pasquale Di Lauro e quello di Boscotrecase, Pietro Carotenuto.
Inizia a parlare Avvisati, che espone i principali argomenti del “no”: «La riforma non è altro che un attacco spudorato alla Costituzione, partorito dai nipoti del ventennio e concepito dalla loggia massonica P2 negli anni ’80. Si inserisce in un disegno di indebolimento della democrazia, attuato da parte di un governo che non è nuovo a queste tendenze».
Primo a prendere la parola è il notaio Peppe Pirozzi, il quale afferma che la distinzione tra PM e giudici è inutile: «Basti guardare all’alto tasso di assoluzioni: oggi il giudice non dà ragione al PM solo perché è un suo collega. Per non parlare dei costi triplicati per i nuovi organi, che potrebbero essere investiti nell’assunzione di nuovi magistrati, che nel nostro Paese sono sotto la media europea». A seguire, il magistrato Caputo. Dice che preserverebbe la formazione comune dei magistrati, che arricchisce il sistema giudiziario, non lo divide in compartimenti stagni. Si fa duro quando parla della questione del sorteggio, che definisce: «truccato, perché tra la componente togata è puro, mentre tra quella laica è limitato a un elenco scelto dalla maggioranza. C’è un evidente intento di sbilanciare i poteri, come ha asserito lo stesso ministro Nordio che alle opposizioni ha detto sfacciatamente: “converrà anche a voi quando un giorno andrete al governo”».
Arriva poi finalmente il turno dell’atteso De Giovanni. «Se vincesse il “sì”, chi glielo farebbe fare a un giudice di pronunciarsi contro un imputato potente, con tutti questi nuovi organi di controllo?». L’auditorium è in ovazione quando dichiara: «L’Italia ha una pancia fascista. Non possiamo fare un buco nel muro della Costituzione, aprendo la strada a quel mondo che i padri costituenti conoscevano bene». Marzio Honorato, invece, si chiede perché il governo ci tenga tanto a cambiare la giustizia. «Vogliono pararsi da tutte le malefatte che stanno facendo, da tutti i soldi che ci stanno rubando – come per il ponte di Messina e tutte le altre opere che non verranno mai realizzate».
Ma l’intervento più infuocato e appassionato è quello della magistrata Criscuolo, GIP a Torre Annunziata. «Questo referendum è il risultato di trent’anni di erosione delle istituzioni. La deriva della democrazia ci chiama a essere partigiani».
Non del tutto convinto da alcuni passaggi, mi avvicino proprio alla Criscuolo alla fine dell’incontro, per tentare di approfondire perché il meccanismo del sorteggio implichi la perdita di autonomia della magistratura. Molto gentile, mi risponde: «È come se i rappresentanti del tuo istituto venissero non più eletti, ma sorteggiati a caso. Non tutti hanno la stessa motivazione o forza di rappresentare un’intera categoria, da cui non sono stati neanche scelti».
Esco felice dall’evento, non tanto perché mi abbia convinto o meno sulla bontà di una posizione, ma perché per la prima volta ho visto qualcosa oltre gli slogan a cui si è ridotto un vergognoso dibattito pubblico: in cui o si attacca a caso la magistratura dopo ogni singolo caso di cronaca, o non si spiegano mai effettivamente le ragioni per cui la riforma sia malvagia. Ma alla fine, mi chiedo soprattutto se fosse appropriato indire un referendum su una materia tanto grigia e specialistica, che la maggior parte dei cittadini non ha le competenze per comprendere. E pare che la politica stia facendo di tutto affinché continuino a non averle.
* Studente liceale di Torre Annunziata
A neanche 18 anni, Simone Miccio osserva, scrive e riflette con una maturità che supera l’anagrafe. Mentre il Paese si appresta a votare su una riforma costituzionale complessa e lontana dal dibattito quotidiano, lui è in prima fila: ascolta, interroga, comprende. Il suo articolo non è solo cronaca: è la testimonianza che l’impegno civile non ha età. Il futuro della democrazia si costruisce anche attraverso le domande delle giovani generazioni, da cui gli adulti hanno ancora molto da imparare.





