mercoledì 21 Gennaio 2026
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Antonio Visone (AITA): “Demolire Palazzo Fienga non è forza, è resa dello Stato”

Il nuovo presidente degli Ingegneri di Torre Annunziata contro il progetto del governo: Abbattere significherebbe concedere alla camorra l’ultima vittoria

Mentre le ruspe si preparano a radere al suolo Palazzo Fienga, la città osserva con amarezza crescente il destino dei beni confiscati alla camorra. Un patrimonio che dovrebbe simboleggiare il riscatto, ma che troppo spesso scivola in polemiche, contraddizioni e gestioni opache. L’affidamento di decine di immobili al consorzio Agrorinasce – di cui a fronte di un onorario cospicuo ancora non si conoscono i reali benefici – lo sfratto di Carmela Sermino, simbolo di resistenza civile in un bene restituito alla comunità, e la revoca della concessione all’Albergo della Libera Gioventù, ostello e luogo di memoria collettiva contro la mafia, raccontano una verità scomoda: a Torre Annunziata, la restituzione dei beni alla collettività stenta a tradursi in pratiche concrete di rinascita.

In questo scenario, il destino di Palazzo Fienga – l’ex roccaforte del clan Gionta – assume un significato ancor più profondo. Il governo lo presenta come un atto di rottura, la prova che lo Stato non transige. Eppure, in molti si chiedono perché abbattere quando si potrebbe restituire? Perché preferire il vuoto al pieno, la polvere al futuro?

A rompere il coro dei consensi ufficiali, arriva la voce tecnica e misurata di Antonio Visone, nuovo presidente dell’Associazione Ingegneri di Torre Annunziata. Visone non parla da nostalgico, né da immobilista. Parla da tecnico che conosce i numeri, le strutture, la storia urbana di questa città. E la sua analisi è impietosa: “Demolire Palazzo Fienga non è un atto di forza, è l’ammissione di non saper gestire la complessità”.

Il palazzo, ricorda Visone, non è nato come covo della camorra. È un’architettura ottocentesca di pregio, simbolo dell’imprenditoria illuminata dei Fienga, famiglia che fece di Torre Annunziata un polo industriale di rilevanza nazionale. “Condannare l’architettura per i crimini dei suoi occupanti – osserva – significa commettere un grave errore culturale. È come cancellare la storia della città insieme alle sue ferite”.

Il punto, sottolinea il presidente degli ingegneri, non è solo simbolico. È tecnico, urbanistico, concretissimo. Il Quadrilatero, il cuore antico della città, vive di equilibri delicatissimi. Sostituire un volume storico come Palazzo Fienga con un vuoto – una piazza, uno slargo – significa alterare per sempre la morfologia del quartiere. “Si rischia di creare un non-luogo – avverte Visone –, uno spazio senza identità, mentre ciò di cui Torre Annunziata avrebbe bisogno è un presidio vivo, frequentato, che rigeneri il tessuto sociale”.

C’è poi un paradosso amministrativo che non può essere taciuto. Fino al 2021, lo Stato stesso aveva un progetto per Palazzo Fienga: farne la cittadella delle forze dell’ordine. Un modo per affermare la presenza delle istituzioni laddove prima comandava l’illegalità. Un’idea che riconosceva implicitamente il valore e la recuperabilità della struttura. Oggi, quella stessa scelta viene ribaltata. Perché? Perché i costi sono troppo alti? Perché la burocrazia è insostenibile? Perché è più facile alzare polvere che restituire futuro?

Visone non ha dubbi: “La via del recupero conservativo è più difficile, più costosa, più lenta. Ma è proprio lì che si misura la forza di uno Stato che non ha paura della complessità”. Demolire, al contrario, è una scorciatoia. Una soluzione che fa notizia per un giorno, ma che rischia di lasciare il vuoto – fisico e simbolico – per sempre.

Il vero trionfo della legalità, conclude Visone, non sta nel vedere macerie al posto di un palazzo, ma nel vederlo ripulito, restituito alla città, trasformato in un museo, una biblioteca, una scuola, 71 appartamenti che possano diventare social housing, in un momento di crisi abitativa e degli affitti. “Quello sì sarebbe un messaggio chiaro: che la camorra non ci ha rubato il passato, e non ci ruberà il futuro”.

Mentre le ruspe si avvicinano, però, quel futuro sembra sempre più un’ipotesi lontana. E c’è il rischio concreto che, sotto il rumore assordante delle demolizioni, venga abbattuta anche la voglia di riscatto sociale e culturale di Torre Annunziata.

Giacas

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