mercoledì 20 Gennaio 2021
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Università Federico II di Napoli. Derma e Covid: il nesso c’è e si vede

L’infezione da SARS-CoV-2 può determinare manifestazioni dermatologiche a carico sia del derma che degli annessi cutanei. “Sapevamo, ormai da tempo, che la pelle può essere una delle più importanti “sentinelle” dell’infezione, prima ancora che se ne rilevino i sintomi più comuni quali febbre e desaturazione – spiega Gabriella Fabbrocini, direttore dell’Unità Operativa clinica oltre che della Scuola di specializzazione di dermatologia dell’Azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli – da uno studio realizzato dal collega Raffaele Giannotti del Dipartimento di Dermatologia, Patofisiologia e Trapiantologia dell’Università degli studi di Milano arriva adesso la conferma che l’analisi dermatologica può rivelare la presenza di antigeni, e dunque dell’infezione, con mesi d’anticipo”

Lo studio riguarda una giovane donna che ai primi di novembre 2019 si era recata al Policlinico meneghino presentando sulle braccia placche simili a quelle tipiche delle dermatosi e lamentando mal di gola come unico ulteriore sintomo. A causa della dermatosi, ad aprile 2020 si era reso necessario il ricovero della paziente. A giugno il test sierologico per le IgG da SARS-CoV-2 era risultato positivo. “Il dato più rilevante, però – commenta la Prof. Fabbrocini – è che le analisi dermatologiche condotte a Milano sui campioni istologici della giovane, riscontrano la presenza precocissima di antigeni al Covid. Gli stessi antigeni sono stati riscontrati nell’essudato delle ghiandole eccrine di 7 pazienti che presentavano una dermatosi come unico sintomo clinico del Covid-19. Questo significa che la Dermatologia può costituire una delle più importanti barriere non solo per bloccare la diffusione del Coronavirus ma anche per diagnosticare e, quindi, curare prontamente ed efficacemente la Sars-CoV-2”.

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Decisamente importante è anche l’evidenza, emersa recentemente, della stretta correlazione tra malattia da Coronavirus e caduta dei capelli.

L’infezione da SARS-COV-2 e le patologie del cuoio capelluto sono connesse per molteplici aspetti – spiega Gabriella Fabbrocini, direttore della Unità Operativa Clinica di Dermatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II – Innanzitutto ci sono evidenze scientifiche che rispetto alle donne gli uomini, in particolare quelli affetti da alopecia androgenetica, siano più colpiti dall’infezione, con una maggiore morbilità, mortalità ed un più alto numero di ricoveri in terapia intensiva. A distanza di alcuni mesi, poi, proprio nei soggetti colpiti dall’infezione si sta riscontrando l’insorgenza di una perdita di capelli diffusa, clinicamente compatibile con un “telogen effluvium” ovvero un’alopecia non cicatriziale caratterizzata da uno shift anomalo del ciclo follicolare verso la fase di caduta (Telogen)”.

Il telogen effluvium si verifica solitamente 2-4 mesi dopo l’evento scatenante, con una caduta dei capelli a volte drammatica, con significative ricadute psicologiche per i pazienti, per risolversi poi a distanza di 6-12 mesi dalla rimozione del fattore attivante che generalmente è costituito da

  • farmaci (eparina, vitamina A, antidepressivi),
  • carenze nutrizionali o di micronutrienti (vitamina D, B12, ferro),
  • patologie autoimmuni,
  • post-partum,
  • infezioni, o stati febbrili,
  • traumi, stress fisico o emotivo.

Nei casi post-COVID – spiega la Prof. Fabbrocini – la causa scatenante sarebbe l’incremento delle citochine infiammatorie che caratterizzano l’infezione. La tempesta citochinica danneggerebbe infatti le cellule della matrice del follicolo pilifero responsabili della produzione e della crescita dei capelli I pazienti che hanno subito un lungo ricovero per un’infezione grave da Sars-Cov-2 mostrano infatti un aumento consistente delle citochine pro-infiammatorie quali: Interleuchina 1b, Interleuchina 6, fattore di necrosi tumorale α e interferone di tipo 1 e 2, che può spiegare le manifestazioni cutanee correlate all’infezione, come i rash cutanei (orticarioidi, varicelliformi) e le acrosindromi. In questo quadro l’interferone sembrerebbe avere un ruolo chiave. Non è quindi da escludersi l’azione di alcuni farmaci quale, appunto, l’eparina e le condizioni di stress inevitabilmente vissute dai pazienti Covid, in particolare quando sviluppano le forme più gravi di infezione con necessità di ricovero”.

Diversi autori riportano infatti un’alta incidenza di alopecia androgenetica negli uomini ospedalizzati con sintomi gravi da COVID-19.

La maggiore suscettibilità degli uomini all’infezione da COVID-19 potrebbe dunque essere riconducibile all’azione degli androgeni – continua la Prof. Fabbrocini – diversi studi suggeriscono infatti che le Terapie di Deprivazione degli Androgeni possono avere un effetto protettivo sulla trasmissione dell’infezione e che alcune molecole utilizzate per il trattamento dell’alopecia androgenetica come, ad esempio, la finasteride possano limitare l’infezione”.

Proprio su questi aspetti sta indagando la Clinica Dermatologica della Federico II che, fin dai primi momenti della pandemia, ha attivato numerosi studi osservazionali sulle correlazioni tra Covid e patologie del derma e degli annessi.

Per saperne di più e prenotare la visita dermatologica, essenziale per effettuare la corretta diagnosi e programmare la corretta terapia.sul sito della Federico II dermarologia.

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