domenica 29 Novembre 2020
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Gli ultimi calchi di Pompei, le vittime di Civita Giuliana

POMPEI. Ancora una volta prende forma dagli scavi condotti a Pompei, quella che lo scrittore Luigi Settembrini definì “il dolore della morte che riacquista corpo e figura.” Uomini che persero la vita nel corso dell‟eruzione e la cui impronta dello spasimo è rimasta
impressa per duemila anni nella cenere. Durante le attività di scavo in corso in località Civita Giuliana, a circa 700 m a nord-ovest di Pompei, nell’area della grande villa suburbana dove già nel 2017 –
grazie all‟operazione congiunta con i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata finalizzata ad arrestare il traffico illecito dei tombaroli – era stata portata in luce la parte servile della villa, la stalla con i resti di tre cavalli bardati, sono stati rinvenuti due scheletri di individui colti dalla furia dell’eruzione. Così come nella prima campagna di scavo fu
possibile realizzare i calchi dei cavalli, oggi è stato possibile realizzare quelli delle due vittime rinvenute nei pressi del criptoportico, nella
parte nobile della villa oggetto delle nuove indagini.
I corpi sono stati individuati in un vano laterale del criptoportico, corridoio di passaggio sottostante della villa, che consentiva l‟accesso
al piano superiore. Questo spazio, largo 2,20 m ma di cui al
momento non conosciamo la lunghezza, presentava un solaio in legno come indicato dalla presenza sui muri di sei fori per l‟alloggio
delle travi che sostenevano un ballatoio. L‟ambiente è obliterato dai crolli delle parti più alte delle murature sotto cui compare uno
spesso livello riferibile alle successioni di corrente piroclastica tipiche dell‟eruzione del 79d.C. All‟interno dell‟ambiente è stata rilevata
dapprima la presenza di vuoti nello strato di cenere indurita, al di sotto dei quali sono stati intercettati gli scheletri.
Una volta analizzate le ossa – a cura dell‟antropologa fisica del Parco che ne ha rimosso la più parte – si è proceduto
alla colatura di gesso, secondo la famosa tecnica dei calchi di
Giuseppe Fiorelli, che per primo nel 1867 ne fu inventore e sperimentatore.

I calchi hanno restituito la forma dei corpi di due vittime in posizione supina. Entrambe erano state sorprese dalla
morte durante la cosiddetta seconda corrente piroclastica, che nelle prime ore del mattino del 25 ottobre investì Pompei e il territorio circostante portando alla morte dei superstiti ancora presenti in
città e nelle campagne. Questa seconda corrente era stata preceduta da una fase di breve quiete, forse di una mezz‟ora,
durante la quale i sopravvissuti sia a Pompei che probabilmente a Civita, uscirono dalle abitazioni nel vano tentativo di salvarsi. La corrente che lì investì fu però molto veloce e turbolenta, abbatté i primi piani delle abitazioni e sorprese le vittime mentre fuggivano su pochi centimetri di cenere, portandoli alla morte. Nel nostro caso è probabile che la corrente piroclastica abbia invaso l‟ambiente da più punti inglobando e seppellendole nella cenere. La prima vittima, con il capo reclinato, denti e ossa del cranio visibili, dai primi studi risulta
essere un giovane, fra i 18 e i 23/25 anni, alto circa 156 cm. La presenza di una serie di schiacciamenti vertebrali, inusuali per la
giovane età dell‟individuo, fa ipotizzare anche
lo svolgimento di lavori pesanti. Poteva dunque trattarsi di uno schiavo. Indossava una tunica corta, di cui è ben visibile l‟impronta
del panneggio sulla parte bassa del ventre, con ricche e spesse pieghe, la cui consistenza assieme alle tracce di tessuto pesante, fanno ipotizzare che si trattasse di fibre di lana. Accanto al volto sono presenti alcuni frammenti di intonaco bianco e lungo le gambe frammenti della preparazione parietale del vano.

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La seconda vittima ha una posizione completamente differente rispetto alla prima ma attestata in altri calchi a Pompei: il volto è riverso nella cinerite, a un livello più basso del corpo, e il gesso ha delineato con precisione il mento, le labbra e il naso, mentre si conservano le ossa del cranio. Le braccia sono ripiegate con le mani sul petto, secondo una posizione attestata in altri calchi, mentre le gambe sono divaricate e con le ginocchia piegate. La robustezza della vittima, soprattutto a livello del torace, suggerisce che anche in questo caso sia un uomo, più anziano però rispetto all’altra vittima,
con un’età compresa tra i 30 e i 40 anni e alto circa 162 cm.
Questa vittima presenta un abbigliamento più articolato rispetto all‟altra, in quanto indossa una tunica e un mantello. Sotto il collo della vittima e in prossimità dello sterno, dove la stoffa crea evidenti e
pesanti pieghe, si conservano infatti impronte di tessuto ben visibili relative ad un mantello in lana che era fermato sulla spalla sinistra. In corrispondenza della parte superiore del braccio sinistro si rinviene anche l‟impronta di un tessuto diverso pertinente ad una tunica, che sembrerebbe essere lunga fino alla zona pelvica.
Vicino al volto della vittima vi sono frammenti di intonaco bianco, probabilmente crollati dal piano superiore. A 1 m circa ad est dalla prima vittima e a circa 80 cm a est della seconda, nel corso
dei lavori di scavo si sono rinvenuti altri fori; anche in questo caso si è colato il gesso rivelando la presenza non di vittime bensì di oggetti, forse persi durante la fuga. L‟esplorazione manuale di questi “vuoti” , poi la forma rivelata dal gesso hanno mostrato che si tratta di cumuli di stoffa con grosse e pesanti pieghe; in particolare il
cumulo vicino alla vittima 1 sembra essere interpretabile come un mantello in lana, evidentemente portato con se nella fuga dal giovane “schiavo”.

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