giovedì 9 Luglio 2020
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In ricordo di Pasquale Morisco

SOMMA VESUVIANA. L’idea mi faceva compagnia già da tempo, ma seppur abitassimo nello stesso Parco e votassi Rifondazione comunista dal 28 marzo del 1994 (giorno del mio primo voto in assoluto), soltanto in una mite mattinata di metà febbraio del 1997 maturai la decisione di bussare a casa Morisco per manifestare a Pasquale la mia disponibilità a dare una mano agli iscritti della locale sezione del Partito, anche in vista delle imminenti elezioni amministrative.

E’ stato così che io e Pasquale abbiamo cominciato a conoscerci più da vicino. Molto vicino. Nel giro di poco tempo ho chiesto la tessera e ho frequentato assiduamente l’assemblea degli iscritti e le varie attività. C’era tanto da fare: leggere, scrivere, archiviare, fare volantinaggio, banchetti, “squagliare” la colla, attaccare manifesti, parlare con la gente e confrontarsi con le idee delle compagne e dei compagni che imparavo a mano a mano a intendere.
Con Pasquale sempre più spesso ci vedevamo anche al di là delle assemblee. In poco tempo siamo diventati buoni amici. Lo andavo a trovare nel suo laboratorio-pensatoio in cui leggeva (soprattutto Il manifesto e Liberazione), ascoltava la radio (soprattutto Radio radicale) e riparava televisori e spesso lo accompagnavo in giro per commissioni, anche nelle case per ritiri o consegne. In molti chiedevano se ero suo figlio. Era il nostro personale modo per conoscersi meglio, manifestarsi le idee e… recuperare il tempo perduto. C’era tanto da fare e le pietre sporche del nostro amato Paese andavano necessariamente e al più presto tramutate in fiori.
Il nostro era un agire da sognatori con lo sguardo alto verso il cielo, ma grazie a lui ho imparato a tenere i piedi ben ancorati a terra, a saldarli a essa come le radici più profonde degli alberi della nostra amata montagna. Per Pasquale molto probabilmente ero un comunista anomalo rispetto ai compagni del sindacato di fabbrica o a quelli di partito di un’altra generazione. Frequentavo la parrocchia e altre associazioni, coltivavo la passione per la musica. Studiavo matematica e intanto sognavo di diventare un insegnante atipico, o quanto meno diverso dai miei.
Dal mio punto di vista una delle sue doti più grandi è stata quella di saper valorizzare le differenze. In questo è stato un antesignano di quel “movimentismo” che solo anni dopo sarebbe stato (forse solo) teorizzato e messo (probabilmente poco) in pratica dai vertici del partito a livello nazionale. Pasquale, invece, tenacemente, con convinzione e pragmatismo, a livello quasi intuitivo, qualcuno direbbe di “pancia”, riusciva a mettere in pratica e con semplicità la sbandierata convivialità delle differenze. Aveva ben chiaro che si poteva mantenere fede alla propria visione del mondo e delle cose, abbattendo i muri dell’incomprensione causata sempre più spesso da inutili “arroccamenti intellettuali” o da posizioni di comodo. Aveva ben chiaro che era giunto il momento di gettare ponti verso quegli universi ricchi di “affinità elettive” con i quali provare almeno a percorrere un pezzo di strada insieme, per concretizzare “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.”
Pasquale era fortemente curioso e sinceramente interessato alla conoscenza del “tuo mondo”. Capace come pochi di fermarsi ad ascoltarti per ore. Una dote davvero speciale. Per lui tutto rappresentava un’occasione di arricchimento, come quando mi chiedeva di essere all’occorrenza anche duro se ci fossero stati errori nei comunicati o nei volantini da lui redatti che mi faceva leggere in anteprima. Documenti che il più delle volte trovavo asciutti, diretti e privi di fronzoli, praticamente perfetti. O come quando si interessava alle tue passioni e, non per ruffianeria, ti chiedeva di condividerle, facendole eventualmente anche proprie, come vero atto d’amore e di compartecipazione.
Nel tempo è diventato un punto di riferimento anche in casa, soprattutto per mia madre che è giunta in poco tempo ad avere molta stima di lui. Sia a Pasquale che a mia madre spesso ripetevo che la famiglia non è quella che ti consegna il caso, non è una mera questione da ufficio anagrafico, ma di intenti. La famiglia è quella che ti costruisci nel tempo e nei gesti, con chi decide di fare con te un percorso. E mia madre era perfettamente d’accordo, al punto da prendere le distanze da chi, in famiglia, aveva trovato inaccettabile la mia militanza politica.
Sono passati già dieci anni dalla sua scomparsa. Ricordo il giorno in cui scrissi per poi leggere in chiesa che lo avremmo ricordato sempre per le sue proverbiali battaglie al fianco degli operai della F.A.G., per le tante manifestazioni per ribadire il nostro ripudio alla guerra, per rivendicare i diritti di tutti e per dichiarare i nostri ideali di libertà, solidarietà, democrazia e giustizia sociale. Scrissi che lo avremmo ricordato sempre desideroso di cambiare le cose aprendosi al confronto con gli altri con slancio grande e sincero, anche con chi apparentemente poteva trovarsi anni luce lontano dalle nostre idee. Per questo e per le sue doti di impegno, tenacia, lealtà e attenzione per le sorti della Città di Somma Vesuviana e del prossimo, nel decennale esatto della sua scomparsa, mi è venuta l’idea di chiedere, insieme al movimento politico ‘La Città cambia’, alla commissione toponomastica di intitolargli una via di Somma Vesuviana.
Sarebbe il giusto riconoscimento per un cittadino che ha speso gran parte della sua giovane esistenza a sostegno del miglioramento delle condizioni di vita e ambientali dei propri concittadini e del territorio, oltre a essere uno sprono per tutti, soprattutto per i più giovani, a impegnarsi concretamente per il miglioramento della collettività.

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