giovedì 2 Aprile 2020
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Intervista a Nello Trocchia, il cronista che lotta contro le mafie

Intervista al cronista napoletano Nello Trocchia. Tante le inchieste realizzate per “sabotare” il malaffare, l’ultima raccolta nel libro “Casamonica”.

Nasce nella città di Giordano Bruno il cronista Nello Trocchia in prima linea, fin dagli esordi della sua carriera giornalistica, nella lotta contro il “malaffare”. Tante le inchieste da lui condotte e tanti gli scenari criminosi scoperti e raccontati. Dal sistema corrotto del ciclo dei rifiuti ai Comuni sciolti per mafia. Non ultima “Casamonica”, inchiesta raccolta nel suo ultimo libro pubblicato agli inizi dello scorso anno. Nonostante le minacce e le intimidazioni, Trocchia ha sempre tirato dritto con la disperata voglia di “sabotare” quel sistema criminoso che tiene sotto scacco la società italiana.

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1)Come ci si sente ad essere un giornalista di “frontiera” , sempre in prima linea contro le mafie?

Penso che il problema nasca nel momento in cui noi stabiliamo che ci sia qualcuno in prima linea e qualcuno in seconda linea. Se riuscissimo a fare una linea unica probabilmente eviteremmo giornalisti più esposti e meno esposti. Non dovrebbero esistere giornalisti antimafia o anticamorra, penso che debbano esistere i giornalisti che fanno il loro dovere al servizio della collettività e che rispondono unicamente all’interesse pubblico.

2)Perchè il libro Casamonica?

Roma è la capitale di un Paese del G8, che ha deciso di rimuovere totalmente attraverso un’operazione di diniego, quelli che sono fenomeni criminali-mafiosi. Solo nel 2011 è arrivata la prima sentenza per associazione mafiosa del 416 bis. Fino ad allora il Tribunale di Roma non aveva mai pronunciato una sentenza del genere. Decido di raccontare, attraverso questa inchiesta, il clan Casamonica perchè è un clan autoctano che a Roma controlla alcune aree territoriali e quasi la metà della cocaina che viene spacciata. Attraverso questo libro voglio raccontare quella che è stata la rimozione costante del fenomeno mafioso a Roma. Già dagli anni ’60 erano presenti organizzazioni mafiose: mafia, ndragheta e camorra. Poi si sono sviluppate mafie autoctone che non sono state riconosciute come tali.

3)Nel libro ha raccontato, con molta durezza, gli anni di distrazione di fronte all’espansione dei Casamonica. Oggi alla luce delle ultime sentenze cosa si sentirebbe di dire a questo tessuto sociale per tanti anni “distratto”?

Mi sentirei di dire che Roma continua ad immaginarsi città immune dalle questioni gravi che riguardano il Paese. La stessa cosa è successa quando ho scritto della gestione rifiuti in un libro di otto anni fa, la città non ha mai voluto interrogarsi sulle questioni laceranti che la riguardano. Non vedo ancora un livello di consapevolezza, Roma nel 2011 vive un anno di morti ammazzati. Edoardo Sforna, un ragazzo di 18 anni è una vittima innocente delle guerre di droga eppure non viene ricordato. Mentre a Napoli, a Reggio Calabria o a Palermo le vittime di mafia vengono ricordate con delle iniziative, Sforna invece no solo dalla famiglia.

4) Minacce ed intimidazioni da parte di chi la vorrebbe in silenzio, ma nonostante tutto la voglia di raccontare il “malaffare” non l’ha mai abbandonata, ho letto che lei si è ispirato molto a Giancarlo Siani è ancora così? Non si è sentito mai demotivato dall’omertà?

Molto, però mentre ti “demotivi” perchè arrivano le minacce, l’isolamento, dall’altra parte ti arrivano le motivazioni attraverso i “sabotatori del sistema” cioè quelli che denunciano, quelli che si oppongono, che si ribellano. Solo attraverso lo svolgimento della professione possiamo trovare la bellezza delle storie di resistenza e di ribellione rispetto al sistema deviante e deviato. Queste storie ti danno energia, forza e vigore per continuare a a svolgere normalmente il nostro mestiere, senza atti eroici o eccezionalità. Bisogna riportare tutto alla normalità. So fare questo mestiere così non so fare altrimenti, ho iniziato a guardare un documentario su Giancarlo Siani da piccolo e ho letto tanto su Peppino Impastato e quindi, l’idea di occuparsi e raccontare i sistemi affaristici e criminali dei territori di dove si sta, è la modalità di questo mestiere che mi accompagna da quando stavo in terra campana.

5) Un messaggio di speranza da lanciare alle persone che oggi fanno “resistenza” contro le mafie, la camorra e la corruzione.

Il messaggio è questo: nella vita avremo sempre, un’ occasione almeno, per mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio. Il sistema è deviato e deviante, ma abbiamo bisogno di atti di sabotaggio. Possiamo partire da qualsiasi contesto: dal custode che denuncia gli assenteisti o i colleghi che usano i fondi pubblici impropriamente, all’ingegnere che si oppone a retrodatare i condoni edilizi nei Comuni a guida affaristica. Avremo almeno una volta l’occasione per bloccare l’ingranaggio o per farlo girare male. In quell’occasione avremo la possibilità di sabotare o essere conniventi.

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