HomeCronacaLa banca nel mirino? L’informazione in ostaggio!

La banca nel mirino? L’informazione in ostaggio!

Quando un “danno collaterale” diventa un attentato alla libertà di stampa

Un furgone parte all’alba, pacchi di quotidiani sul pianale, la corsa contro il tempo per arrivare in edicola prima che le città si sveglino. Attraverso quel mezzo di trasporto passa il lavoro di tanti: tipografi, redattori, distributori, edicolanti. Una catena invisibile che ogni giorno rende possibile una cosa semplice e rivoluzionaria: aprire un giornale e trovare parole, fatti, domande. Stavolta quella catena si è spezzata. Un furgone è stato sottratto e con lui le copie di Metropolis, il Roma e il Sannio. Le edicole sono rimaste vuote. Il silenzio al posto delle notizie, poi la denuncia e la solidarietà.

Successivamente si scopre che quel mezzo sarebbe servito, pare, per un tentativo di rapina a un bancomat finito male. E allora partono gli sfottò nei confronti di chi, senza pensarci due volte, aveva espresso immediata solidarietà. “Un veicolo rubato come un altro – dicono gli empirici – non è un attacco alla stampa”. Un ragionamento che consola, forse, ma non convince. Perché sappiamo benissimo che nei nostri territori qualsiasi azione criminale è di matrice camorristica ed il punto non è soltanto l’intenzione di chi ruba; il punto sono le conseguenze, e il contesto. In un paese dove l’informazione libera è ogni giorno sotto pressione, tra querele temerarie usate come randello, ricorsi pretestuosi al Garante della privacy per imbavagliare inchieste scomode, software che inseguono i giornalisti come bersagli, i proiettili recapitati alle redazioni, ogni interruzione dell’accesso alle notizie è un colpo inferto alla democrazia. Anche quando si presenta come “danno collaterale”.

La libertà di stampa non vive solo nelle chiacchiere da bar o sui social, nei codici deontologici o nelle aule dei tribunali. Vive in strada, nella logistica, nei turni di notte, nelle ruote che macinano chilometri per portare un pezzo di carta stampata tra le mani di chi vuole capire. Se non arrivano i giornali, non arrivano le domande. E dove non arrivano le domande, crescono le ombre. Ammettiamolo pure, per ipotesi: una banda senza alcun interesse per ciò che il furgone trasportava lo ruba, tenta un colpo, poi abbandona il mezzo. Resta il buco di informazione. Resta il messaggio, diretto o indiretto, che nel gioco sporco del crimine la conoscenza è sacrificabile. Resta l’idea che la filiera dell’informazione sia vulnerabile e dunque trascurabile. Un’idea pericolosa: se è facile interrompere la distribuzione di un giornale, è facile interrompere un diritto.

Non è retorica. È già successo, e lo sappiamo. Periodi bui in cui fascismo e mafia provavano a zittire le voci scomode non iniziavano sempre con un editto o una minaccia esplicita. A volte cominciavano da gesti codardi o non rivendicati: le rotatorie che si inceppano, la distribuzione che viene fermata, le edicole che non aprono più. La censura può essere anche una somma di impedimenti materiali. Quando la somma cresce, il risultato è sempre lo stesso: meno informazione, più paura.

C’è una domanda che non possiamo eludere. Se il furgone dei giornali è davvero “un mezzo come un altro”, perché poi viene preso di mira? Perché è prevedibile, puntuale, riconoscibile. Perché la camorra sa dove trovarlo e quando. In un paese che dovrebbe proteggere le sue arterie di informazione, il camion della stampa diventa un bersaglio facile. Non è un dettaglio irrilevante: significa che la nostra infrastruttura democratica ha falle visibili. Significa che chi deve garantire sicurezza e continuità non ha ancora capito che l’informazione è un servizio essenziale, al pari dell’acqua e della luce.

La solidarietà, in questi casi, è il primo riflesso. Va a Metropolis, al Roma, al Sannio, ai direttori, alle redazioni, ai collaboratori, a chi si alza quando è ancora buio per caricare i pacchi, a chi timbra la bolla e firma la consegna, a chi in edicola ascolta i lettori e passa le pagine tra le mani. Ma la solidarietà, da sola, non basta se resta parola. Occorrono scelte, responsabilità, attenzione continua. Occorre trattare la distribuzione dei quotidiani per ciò che è: una parte vitale della democrazia, un’infrastruttura che va protetta con cura, intelligenza, discrezione. Occorre che editori, edicolanti, amministrazioni e forze dell’ordine disegnino insieme una rete capace di ridurre le prevedibilità, di prevenire le falle, di reagire subito quando la filiera si inceppa. E occorre, soprattutto, un clima che respinga l’intimidazione in tutte le sue forme: dalle denunce strumentali ai ricorsi-bavaglio, fino ai tentativi di sorveglianza tecnologica.

Il giornale non è un oggetto qualunque. È un bene comune. Ogni ostacolo che ne impedisce il viaggio verso l’edicola, anche quando non nasce per odio verso le parole, finisce per somigliare a un attentato alla nostra libertà di sapere. E la libertà di sapere è la prima difesa di un territorio che vuole uscire dai ricatti, dalle connivenze con la mafia, dalle paure. Oggi si è fermato un furgone. Domani, se non impariamo la lezione, potrebbe fermarsi la voce. E quando si ferma la voce, smettiamo di parlare e iniziamo a obbedire, senza accorgercene, arrivando a prendere in giro chi resta convinto che anche una rapina in banca può diventare un attentato alla libertà di stampa.

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