mercoledì 11 Marzo 2026
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La burocrazia dei forti contro i deboli: il caso degli sgomberi del Penniniello a Torre Annunziata

Giustizia e ingiustizia sociale all’ombra del Vesuvio. Magistrati e rete associazionistica a difesa dei più deboli

Nel clamore mediatico del dibattito referendario sulla riforma della giustizia, le cronache di Torre Annunziata ci restituiscono la fotografia di una magistratura silenziosa e necessaria, che si contrappone nei fatti all’accanimento burocratico. I giudici oplontini hanno sospeso gli effetti delle ordinanze di sgombero dalle case popolari del quartiere Penniniello, provvedimenti che pendevano come scuri sulle teste di famiglie già piegate da una vita di sofferenze e incertezze. Parliamo di appartamenti non occupati abusivamente, ma ottenuti tramite legittime ordinanze sindacali, strumenti con cui si è garantito un tetto a chi non ha nulla e che, in uno Stato assente che non garantisce opportunità lavorative, rischierebbe di trovare nella camorra l’unica vera alternativa di sopravvivenza. Il caso più emblematico e doloroso riguarda una donna divorziata, madre di cinque figli di cui uno disabile, a cui il dirigente comunale al patrimonio aveva intimato di lasciare l’alloggio basandosi su una fredda interpretazione della temporalità delle assegnazioni, concepita come una mera scadenza sul calendario e non come il perdurare di quel grave disagio economico e sociale che i tribunali hanno riconosciuto ancora intatto.

Questa solerzia amministrativa non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un metodo che sembra mirare chirurgicamente a colpire chi ha meno difese e meno voce. Lo stesso dirigente, animato da uno zelo investigativo sugli alloggi popolari esploso durante la gestione dei commissari straordinari, è la firma dietro lo sfratto intimato a Carmela Sermino, familiare di una vittima innocente di camorra non riconosciuto, e dietro la revoca della concessione del bene confiscato e assegnato all’Albergo Libera Gioventù per un presunto abuso edilizio. Atteggiamenti che hanno piegato il diritto trasformandolo in arbitrio, sostituendo l’analisi della persistente precarietà umana con la rigidità di una clessidra decisa unilateralmente. Il risultato è un duplice danno per la comunità, poiché da un lato si infligge una violenza istituzionale alle fasce più vulnerabili della popolazione, e dall’altro si costringe l’ente pubblico a pagare le spese processuali per l’evidente incompetenza di chi ignora lo spirito e la lettera della normativa vigente.

Di fronte a questa pre-potenza di palazzo, la classe politica ha scelto la strada del silenzio complice e dell’immobilismo. A colmare questo vuoto, schierandosi al fianco delle famiglie vittime di tali ingiustizie, sono intervenute Federcasa e la rete di associazioni vicine a Libera, realtà da sempre in prima linea contro le mafie e per la giustizia sociale. Proprio Libera, con lucido senso civico, ha chiesto di sospendere in autotutela le altre ordinanze emanate, un passo vitale per evitare ulteriori disagi a chi viene travolto da simili provvedimenti e per scongiurare nuovi e pesanti danni erariali per le casse comunali. Gli amministratori avrebbero dovuto impedire che la macchina pubblica si trasformasse in un tritacarne per i più poveri, ma hanno preferito voltarsi dall’altra parte, rivelando l’essenza di una politica debole con i forti e implacabilmente forte con i deboli, paralizzata forse dalla paura che ripristinare un elementare principio di equità potesse essere confuso dai malpensanti con un illecito favore personale. Lasciando campo libero a decisioni dirigenziali, chi doveva difendere la cittadinanza è venuto meno al suo mandato più sacro, tradendo il dovere di salvaguardia che dovrebbe essere il faro di ogni consesso civile.

In questo deserto di assunzione di responsabilità, il merito di aver sanato un torto evidente va ascritto unicamente alla magistratura, istituzione che ha dimostrato di saper restare vicina ai bisogni reali delle persone vessate. L’auspicio è che questo segnale di legalità sostanziale venga raccolto anche dalla commissione d’accesso, attualmente insediata negli uffici comunali anche a causa dei dossieraggi velenosi prodotti da ex vertici nominati dalla commissione straordinaria. È un imperativo morale che la commissione rilegga le carte di queste vicende, faccia luce sui reali mandanti di tali provvedimenti iniqui e adotti misure rigorose che passino al setaccio l’operato dei dirigenti e degli ex commissari prefettizi. Solo recedendo da questa gestione punitiva sarà possibile restituire dignità alle istituzioni, dimostrando che la legge esiste per proteggere gli indifesi e non per spingerli nel baratro, e che la camorra non deve mai essere un paravento per giustificare le prepotenze della burocrazia.

Giancas

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