Dallo scoppio del ’46, il terremoto, poi la camorra. Infine, lo Stato che non ha rimosso le macerie, non ha ricostruito, ora arriva per demolire
Sono molte le date che hanno marchiato a fuoco la memoria collettiva di Torre Annunziata: il terremoto del 1980, la strage camorristica del 1985 e, ancora prima, il 21 gennaio 1946. Ottant’anni fa. Una serie di boati squarciò il cielo della città, seguito da un silenzio carico d’orrore e dall’odore acre della polvere da sparo. Vagoni ferroviari, carichi di esplosivi residuati bellici, stazionati con colpevole negligenza nel porto, deflagrarono. L’antico rione dei pescatori, primo nucleo storico di una comunità operosa, venne polverizzato. 54 morti. Oltre 500 feriti. Una generazione mutilata, una ferita che non si è mai rimarginata.
Oggi, a distanza di otto decenni, quelle macerie non hanno ancora trovato una discarica dove essere smaltite. Sono lì, nel rione Carceri, un monumento a cielo aperto all’incuria e alla disattenzione di una classe politica che, anno dopo anno, ha voltato le spalle a questa città. Non si chiedeva la luna. Non la rigenerazione urbana dei sogni con verde pubblico, edifici attenti al cambiamento climatico, luoghi di benessere e aggregazione. Bastava anche una piazza, un parcheggio, una distesa di cemento a coprire gli orrori di una storia dimenticata. Invece no. Le macerie del ’46 sono diventate il simbolo di un’assenza. Quella dello Stato.
E a quelle macerie, il 23 novembre del 1980, si sono aggiunte altre. Il terremoto completò l’opera di distruzione nello stesso quartiere, ampliando la desolazione. Due ferite aperte che sanguinano l’una accanto all’altra, in un tessuto urbano e sociale, “Torre Sud”, lasciato a marcire.
Torre non era sempre stata così. Nel dopoguerra, era la Manchester del Sud. La ricchezza si fondava sull’“arte bianca” della pasta, sulle fabbriche metallurgiche, sul rinomato mercato del pesce che attirava compratori da tutta la provincia. Il porto era lavoro. Gli impiegati degli uffici pubblici – INPS, collocamento, acquedotto – portavano risorse ai commercianti. Poi, il declino. Lento, inesorabile, mortale. La disoccupazione, la camorra che ha strozzato definitivamente i commercianti, la chiusura progressiva dei servizi, lo smantellamento del tessuto produttivo. Una camorra che ha distrutto, come lo scoppio dei carri, come il terremoto e che ha avuto il suo culmine con la strage di Sant’Alessandro, il 26 agosto 1984.
E la politica? Assente. Disattenta. Incapace di vedere oltre il breve termine, di avere una visione per ridare dignità a un pezzo di città condannato all’oblio. Il colpo di grazia è arrivato con la chiusura dell’ospedale civile, che ha impoverito ulteriormente una comunità già in ginocchio.
Paradossalmente, oggi si torna a parlare del rione Carceri. Non per un piano di rinascita, non per un progetto finalmente all’altezza della sua storia dolorosa. Si torna a parlare di demolizioni. Lo Stato, dopo aver dimenticato per ottant’anni di ricostruire, oggi interviene per abbattere. Il motivo? Il Palazzo Fienga, ai confini tra le rovine del terremoto e quelle dello scoppio, divenuto bunker della camorra. L’interesse del governo nasce dalla necessità di eradicare il cancro criminale, non dal desiderio di sanare una ferita urbana.
È la beffa finale. Agli incidenti, alle calamità naturali, alla violenza della criminalità organizzata, si aggiunge l’opera demolitrice dello Stato. Mentre i progetti urbanistici giacciono su tavole bianche non ancora disegnate, l’unico cantiere che si apre è quello che porta via, che distrugge ciò che era rimasto in piedi.
La ricostruzione di una città un tempo opulenta non è mai iniziata. La sua pagina più gloriosa è finita nel gennaio del ’46. Da allora, la sua storia è stata scritta dall’abbandono. E oggi, a ottant’anni da quella tragedia, l’unica azione concreta è un altro crollo. Un altro vuoto che si aggiunge al vuoto. La memoria dei morti dello scoppio dei carri ferroviari avrebbe meritato di più della lapide esposta al Santuario della Madonna della Neve. Torre Annunziata meriterebbe di più.
Giancas




