Dalla libertà di parola al dovere di ascoltare: emendare la Carta che impegni le istituzioni al confronto prima che il dissenso diventi frattura politica e generazionale
La vicenda di Emanuele Fiano all’Università di Venezia non è solo un episodio di cronaca, ma un sintomo profondo di una frattura generazionale e culturale che stenta a trovare linguaggi comuni. Il cuore della questione non sta tanto nel decidere chi avesse torto o ragione in quell’aula—i ragazzi per la loro protesta o Fiano per il suo intervento—ma nel comprendere come una democrazia matura dovrebbe gestire questi conflitti senza tradire i propri principi fondativi.
La libertà di parola e il diritto di protesta sono due facce della stessa medaglia democratica, ma quando si scontrano in modo così diretto, emerge tutta la complessità del vivere comune. Da un lato, impedire fisicamente a una persona di parlare, per quanto controversa sia la sua posizione, è un atto che rischia di svuotare il significato stesso del confronto civile. L’università, in particolare, dovrebbe essere il tempio del dissenso ragionato, dove alle grida si preferiscono le domande scomode e alle contestazioni disruptive si oppone il potere dell’argomentazione. Soffocare una voce, anche se percepita come offensiva o ingiusta, non cancella il problema che la origina; semmai, lo amplifica, trasformando un potenziale dibattito in uno scontro polarizzato.
Dall’altro lato, etichettare quei ragazzi semplicemente come “fascisti” o “squadristi” è una semplificazione pericolosa che ignora le motivazioni profonde del loro disagio. Questi giovani hanno di fronte una narrazione dominante che vede Israele come una democrazia in difficoltà, non come uno Stato che commette crimini. Per loro, contestare Fiano non è un atto di odio indiscriminato, ma una forma di protesta contro ciò che percepiscono come una complicità con un regime di apartheid. La loro rabbia nasce da un senso di ingiustizia radicato, alimentato da una “libertà di parola” che non raccontava ciò che stava accadendo realmente a Gaza e non ha mai raccontato l’invasione e la colonizzazione della Cisgiordania.
Ma la domanda che dobbiamo porci e se siamo stati capaci, noi adulti, di ascoltare davvero questo disagio. Di offrire non solo condanne facili, ma spazi di dialogo? Il problema non è solo quello di difendere astrattamente la libertà di parola, ma di capire perché così tanti giovani faticano a vedere in quella libertà un valore universale. Forse perché percepiscono che certe voci hanno più megafoni di altre? Forse perché si sentono esclusi da un dibattito pubblico che considera le loro proteste solo come disturbo da reprimere, piuttosto che come un sintomo da interpretare?
In questo senso, la vera sfida democratica non è solo garantire che tutti parlino, ma costruire le condizioni perché quel parlare abbia un senso. Significa insegnare che si può dissentire senza silenziare, che si può accusare senza insultare, e che il confronto—per quanto duro—è l’unica alternativa alla violenza o all’indifferenza. Quei ragazzi, in fondo, chiedono di essere presi sul serio. Il compito delle istituzioni—l’università, i partiti, la società civile—è quello di non abbandonarli alla retorica dello scontro, ma di aiutarli a trasformare la loro protesta in proposta, la loro rabbia in partecipazione. Solo così il diritto di parola non diventa un privilegio di pochi, ma uno strumento di tutti.
Quindi, oltre a porre questioni sulla libertà di espressione e sul diritto di protesta, quanto accaduto a Venezia ci spinge a riflettere su un principio più profondo e spesso trascurato: quello del diritto all’ascolto. In una democrazia compiuta, non basta garantire che tutti abbiano la possibilità di parlare, né che tutti possano scendere in piazza per contestare; è necessario riconoscere che ogni voce, soprattutto quando esprime un forte disagio, reclama anche il diritto di essere ascoltata in modo autentico e non solo superficiale o strumentale.
Il diritto all’ascolto significa creare spazi e tempi dedicati non solo all’esposizione delle idee, ma alla loro comprensione reciproca. Nel caso veneziano, ad esempio, invece di limitarsi a condannare la protesta o a difendere astrattamente il diritto di parola di Fiano, l’università avrebbe potuto mediare un momento successivo di incontro: un dibattito in cui gli studenti avessero la possibilità di esporre le loro ragioni in modo strutturato e Fiano di rispondere alle critiche, magari partendo proprio dalle sue esperienze personali e dalla complessità della memoria ebraica. Questo non avrebbe “giustificato” l’interruzione, ma avrebbe trasformato uno scontro sterile in un’opportunità di crescita collettiva.
Inserire il diritto all’ascolto nell’architettura democratica significherebbe riconoscere che il dissenso spesso nasce da una percezione di invisibilità o di marginalizzazione. Quando i giovani (o qualsiasi gruppo) si sentono ignorati, la protesta può diventare l’unico modo per farsi sentire. Ma se le istituzioni—dalle università ai consessi politici—si impegnano a istituzionalizzare pratiche di ascolto attivo (come tavoli di confronto, momenti di dialogo facilitato, o persino spazi di consultazione permanente), il conflitto può essere incanalato in forme costruttive. Il diritto all’ascolto, in questo senso, diventa un ponte tra la libertà di espressione e il diritto di protesta: non nega le divergenze, ma le legittima e le trasforma in motore di cambiamento.
Una democrazia matura non è quella dove tutti tacciono o dove tutti urlano, ma dove nessuno ha così tanto potere da sovrastare gli altri, e dove nessuno si sente così impotente da dover ricorrere alla sopraffazione per essere udito. Se diritto all’ascolto diventasse articolo della nostra costituzione permetterebbe ad ogni voce, per quanto scomoda, di avere la possibilità di essere accolta e considerata. È l’antidoto alla polarizzazione e il seme di una cittadinanza più responsabile e partecipata. E se avessimo applicato questo principio a Venezia, oggi non staremmo discutendo di uno scontro, ma di un dialogo.
Massimo Napolitano
referente del presidio di Libera “Raffaele Pastore e Luigi Staiano”, Torre Annunziata
