Condanne a boss e gregari del clan Fabbrocino. Nel settembre del 2024, grazie alle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, coordinati della direzione distrettuale Antimafia di Napoli, furono eseguite 13 misure cautelari. Le accuse, che hanno portato oggi ad alcune condanne per il rito in abbreviato, spaziano dall’associazione mafiosa, all’estorsione passando per possesso di armi e trasferimento fraudolento di valori. Oggi la sentenza per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato che si è tenuto al Tribunale di Napoli davanti al Gup Marco Discepolo.
CONDANNE
Carbone Raffaele 9 anni e 6 mesi
Fabbrocino Mario 17 anni e 9 mesi (Cugino dell’omonimo boss defunto tra i protagonisti della camorra anni ’80 nell’area vesuviana e nolana)
Fabbrocino Pietro 8 anni
Iervolino Anna due anni e 2 mesi
Iervolino Luana 1 anno 9 mesi
Iovino Antonio 14 anni e 6 mesi
Iovino Massimo 8 anni e 10 mesi
La Marca Michele 11 anni e 1 mese
Maturo Francesco 11 anni e 1 mese
Nappi Gennaro 11 anni
Romano Giovanni 2 anni
Mennella Salvatore ASSOLTO (difeso dall’avvocato Saverio Salierno e Giovanni Donnarumma)
Annunziata Francesco ASSOLTO (difesa dall’avvocato, Antonio Ammendola)
Nel collegio difensivo, tra gli altri, Sabato Saviano, Mario Terracciano, Alessio Scala, Antonio Smaldone, Fulvio Prestieri, Leopoldo Perone e Gaetano Aufiero del Foro di Avellino.
I militari dell’Arma, coordinati dal pm Giuseppe Visone, stabilirono nelle loro indagini che il clan aveva un “ufficio” anche nel cimitero. Nei locali di una ditta che lavora all’interno dell’area cimiteriale di Palma Campania gli uomini del clan Fabbrocino ascoltavano istanze, risolvevano contrasti, decidevano raid e vendette. Nel blitz finirono esponenti importanti di quella cosca che negli anni 80, con Mario Fabbrocino, detto o’gravunaro, alla guida fu protagonista della guerra tra la Nco di Cutolo e la Nuova Famiglia. Ora a reggere il clan, un nipote, omonimo del fondatore dell’organizzazione criminale morto nel 2019. Condannato oggi e che operava insieme all’altro elemento di spicco, Biagio Bifulco (che ha scelto il procedimento ordinario che sta seguendo il suo iter al tribunale di Nola ed è difeso dagli avvocati Luca Capasso e Antonio Tomeo).
Al vertice del clan vi erano il vecchio boss di Ottaviano, Biagio Bifulco, che era scarcerato appena un anno e mezzo prima del blitz e Mario Fabbrocino, nipote e omonimo dello zio fondatore del clan.
La cosca controllava tutte le attività illecite a Palma Campania, San Gennaro Vesuviano e con articolazioni territoriali altrettanto radicate nei comuni limitrofi, tra i quali Piazzolla di Nola e aree limitrofe.
Aree controllate grazie alla disponibilità di armi e “alla condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”. Gestione delle piazze di spaccio, estorsioni ai commercianti e infiltrazioni nel tessuto economico del territorio grazie ad alcune complicità nell’ottenere appalti pubblici.




