mercoledì 12 Agosto 2020
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Sciame sismico ripresa del bradisismo, il geologo Vincenzo Marciano spiega i reali rischi dei Campi Flegrei

POZZUOLI. E’ proprio l’ingresso dell’oltretomba trovata da Enea nell’Eneide, che oggi attira l’attenzione di studiosi di tutto il mondo, i Campi Flegrei culla di miti e leggende. Campo vulcanico che circa quarantamila anni fa, dopo le eruzioni “Ignimbrite Campana” e “Tufo Giallo Napoletano”, ha dato vita ad una caldera complessa il “Distretto Vulcanico Flegreo”, che comprende i Campi Flegrei, parte della città di Napoli, le isole Procida ed Ischia e la parte nord-occidentale del Golfo di Napoli. Attualmente il sistema di sorveglianza dell’Osservatorio Vesuviano evidenzia alcune variazioni nello stato di attività dell’area vulcanica dei Campi Flegrei, anche in virtù dello sciame sismico avvenuto il 12 marzo dove si sono registrati ben quaranta terremoti. Nonostante l’area vulcanica sia costantemente monitorata, molti siti d’informazione anche internazionali, lanciano allarmi ingannevoli al fine di ottenere soltanto un maggior numero di visualizzazioni. Per chiarire i dubbi dei nostri lettori abbiamo chiesto al bravo geologo anastasiano Vincenzo Marciano di spiegarci cosa sta avvenendo nella zona flegrea. Premesso che la situazione dei Campi Flegrei esiste da sempre e che il livello di rischio e di attività è ben più alta di quella del Vesuvio, al quale però negli anni si è dato più risalto, abbiamo posto delle specifiche domande.

Durante lo sciame sismico del 12 marzo, si sono registrati ben quaranta terremoti, com’è cambiato l’aspetto morfologico dei Campi Flegrei?

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“Lo sciame sismico che si è verificato il 12 marzo, per quanto intenso per l’elevato numero di eventi registrati, è rimasto limitato in un periodo temporale molto ridotto, i quaranta terremoti a cui si fa riferimento infatti si sono succeduti tutti tra le 14.30 e le 16.35, e di queste solo la più forte, quella delle 15.10 di magnitudo Md=2.4 è stata avvertita dalla popolazione. Per quanto sensazionalistico possa essere un evento del genere, purtroppo, in un’area riconosciuta sismicamente attiva, come lo è quella flegrea, questo rappresenta la “normalità”. Basta leggere i bollettini mensili e settimanali della rete di monitoraggio per scoprire che l’attività sismica, fatta eccezione per il terremoto del 12 marzo relativamente più forte degli altri, rientra nei trend statistici di quest’area. Lo stesso vale per le deformazioni al suolo che possono essere descritte con una velocità di sollevamento medio di 0.5 – 0.7 cm al mese in linea con quello che sta avvenendo dal 2014 circa. Forse dobbiamo leggere questi dati tra qualche mese per capire meglio se gli eventi del 12 marzo hanno avuto un effetto significativo sulla morfologia dell’area.”

Ci sono quattro livelli di allerta verde(base), giallo (attenzione),arancione (pre-allarme) e rosso (allarme). Da gennaio 2014 a febbraio 2018, quindi prima dello sciame sismico di marzo, la stazione GPS di RITE ha registrato un sollevamento di circa 25,5 cm. Persiste da qualche tempo un allarme giallo, ma alla luce degli ultimi eventi, prossimamente, dobbiamo aspettarci un allarme arancione?

“L’area vulcanica dei Campi Flegrei è monitorata in maniera continua con una serie di strumentazioni che ne rilevano la sismicità, le deformazioni al suolo (che non dipendono solo dalla sismicità, ma possono dipendere anche dalle condizioni atmosferiche per esempio) e le emissioni di gas. Lo stato di allerta giallo o livello di attenzione fu adottato sul finire del 2012 quando ci fu una significativa variazione di tutti e tre i valori registrati. Questo livello di attenzione è stato poi confermato nel 2014. Per passare da un livello ad un altro di allerta c’è bisogno di un’evidente e significativa variazione dei valori registrati e ad oggi nessuno dei parametri di sismicità, deformazioni del suolo e variazioni delle caratteristiche fisico-chimiche delle fumarole, della solfatara o delle aree idrotermali evidenzia significativi cambiamenti tali da far presupporre il passaggio ad un grado di allerta più alto (ma nemmeno più basso) di quello attualmente adottato. Si escludono significative evoluzioni a breve termine.”

Gli ultimi eventi di questo mese sono riconducibili al terremoto d’Ischia del 21 agosto?

“E’ difficile rispondere ad una domanda del genere, Ischia come i Campi Flegrei e il Vesuvio appartengono ad un unico grande complesso vulcanico che si instaura sul bordo del Tirreno meridionale, dove l’attività geologica sviluppatasi in centinaia di migliaia di anni, legata all’espansione del Mar Tirreno, ha portato alla formazione di innalzamenti (horst)e abbassamenti (graben) della crosta marina. Le fratture che li hanno originati hanno due diversi andamenti principali, uno con direzione nordovest-sudest, l’altro nordest-sudovest, ed è in mezzo a queste fratture che il magma ha avuto modo di risalire fino ad arrivare in superficie. Alcune di queste risalite magmatiche hanno originato Ischia, le isole contigue, lo stesso Vesuvio e l’intero complesso vulcanico flegreo. Se si pensa dunque alla natura dei terremoti, si è probabile che sia della stessa natura, cioè legati al vulcanesimo delle due aree, ma è difficile ipotizzare che ci sia un collegamento tra il terremoto del 21 agosto ad Ischia e quello del 12 marzo a Pozzuoli, ovvero che uno possa essere una conseguenza dell’altro.”

Durante il bradisismo degli anni ’80 di quanto si modificò il suolo, e oggi quale fase dello stesso stiamo vivendo?

“Il fenomeno del bradisismo è un fenomeno ciclico, che alterna fasi ascendenti a fasi discendenti, ne sono un esempio le colonne di Serapide che se oggi sono qualche metro al di sopra dell’acqua presentano fori di litodomi che sono tipici di un ambiente marino. Quello degli anni ottanta è stata una fase ascendente. Ora siamo in fase discendente. In tempi più recenti, precisamente tra il 1969 e il 1972 e tra il 1982 e 1984, si sono verificate due crisi bradisismiche, accompagnate da attività sismica che hanno portato a un sollevamento del suolo complessivo di circa 3,50m. durante la prima delle due crisi si registrò un sollevamento del suolo di circa 1,70m, al quale seguì una lenta subsidenza fino al all’ottantadue. Fra 1982 e il 1984 si ebbe un nuovo sollevamento del suolo di 1,80 m accompagnato da circa diecimila terremoti, il maggiore dei quali avvenne il 4 ottobre 1983 e fu di magnitudo 4.2. Durante queste crisi una parte della popolazione di Pozzuoli venne evacuata per il rischio di crolli provocati dalla forte attività sismica.”

Quali sono le sue riflessioni sul ripopolamento dei luoghi ad “alto rischio” ?

“Quello che è successo e che sta ora accadendo ai Campi Flegrei, Ischia, passando per il Vesuvio, deve farci riflettere, è come se la natura ci volesse ricordare “io sono qua, io sono viva”. L’uomo negli anni non ha fatto esperienza della storia ed è tornato a ricostruire lì dove c’era già stata distruzione. Non che questo sia del tutto sbagliato o impossibile, ma è imperdonabile che sia stato fatto senza le dovute cautele. Per rimanere nei Campi Flegrei, con riferimento al fenomeno del bradisismo del 1984, la rete delle infrastrutture, come ad esempio acquedotto o metano, è stata completamente rifatta. In un eventuale evento simile a quello di allora, verrebbero completamente compromesse e interi quartieri isolati, per rigonfiamenti (o abbassamenti ) del terreno anche di pochi cm. Sono state progettate e realizzate case, edifici pubblici, ma mi chiedo quanti sono stati costruiti con dissuasori sismici e se le persone sono a conoscenza di vivere in un’area ad elevato rischio sismico e vulcanico. Soprattutto mi chiedo, se le misure di tutela previste dal Piano nazionale di emergenza per i Campi Flegrei sono alla portata di tutti e se i cittadini sanno come comportarsi in caso di un evento sismico o bradisismico.”

Come vive, da studioso, questa eterna inconsapevolezza della gente sui rischi che correrebbe in un eventuale evento sismico o vulcanico?

“La verità che “memoria umana” e “memoria geologica” sono su frequenze temporali molto diverse. Siamo così visceralmente legati alla nostra terra che a ognuno di noi, anche se consapevoli del rischio, piace pensare che “non accadrà mai”. In Italia manca la cultura del rischio, la percezione del pericolo nei confronti del rischio idrogeologico. Ad esempio nel 2011 a Fukushima, un intero istituto scolastico fu portato in salvo dal tetto per un l’allarme tsunami dopo un terremoto di magnitudo 9. La loro scuola non fu abbattuta, mentre ne 2002 durante il terremoto di San Giuliano di Puglia, di magnitudo 5,7, crollò una scuola elementare appena ristrutturata. Morirono ventisette bambini e la loro insegnante. A Genova durante l’alluvione del 2011, morirono sei persone tra cui una mamma con i suoi 2 figli, avevano trovato rifugio in uno scantinato. A mio parere occorre che cambi radicalmente l’approccio culturale del rischio, è opportuno che vengano realizzate strutture adeguate alla natura sismica della nostra penisola, che si agisca soprattutto per la prevenzione e per la formazione della gente. Il concetto di rischio non deve essere argomento per soli operatori del settore, ma un aspetto della vita quotidiana a cui prepararsi con serenità ma con fermezza.”

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