L’intervento del Garante Privacy un anno fa nei confronti del nostro giornale anticipava la denuncia contro Report. Il ricordo di Siani e il ruolo di un’authority in un’Italia che scivola al 49º posto nella libertà di stampa. La campagna di Libera per una legge anti-SLAPP
La notifica è arrivata un anno fa. Un assessore della giunta comunale di Torre Annunziata, di fronte all’evidenza cristallina di un mio articolo, ben sapendo che un tribunale mi avrebbe dato ragione, ha scelto una strada per la nostra testata inaspettata: ricorrere al Garante della Privacy per impedire la pubblicazione di una notizia che lo riguardava neanche direttamente. Un escamotage per mettere il bavaglio a chi dice la verità. Oggi, quel meccanismo – sperimentato sulla mia pelle – si è palesato a livello nazionale con l’intervento dell’Authority contro Report e altre testate. Non è un caso. È la strategia del tappare la bocca a chi dice riporta fatti. L’assessore è ancora lì, a parlare ai giovani le regole della democrazia ma a impedire il racconto della verità ai cronisti.
C’è un filo rosso, sottile e pericoloso, che lega quella notifica alla pallottola che quarant’anni fa spezzò la vita di Giancarlo Siani. Non è più il piombo, ma l’uso strumentale della legge. Non più l’agguato in un vicolo buio, ma una carta bollata con il timbro di un organismo statale. L’obiettivo, però, è lo stesso: zittire chi scrive, chi indaga, chi non si accontenta del comunicato stampa.
La manovra contro Report – e c’è chi ha denunciato che fosse una sollecitazione politicamente orchestrata – puzza di strategia, un macigno gettato su uno dei pochi presidi di verità in un paese dove i potenti si credono intoccabili. A pochi giorni dall’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci, smaschera i falsi attestati di solidarietà al conduttore Rai.
Le querele temerarie sono da sempre l’arma preferita di chi detiene potere e denaro. Sono il fucile carico puntato alla tempia di chi fa il proprio dovere. Il giornalista, anche quando esce assolto da un’aula di tribunale, ne esce comunque ferito: economicamente, per le spese legali, e umanamente, per anni di procedimenti assurdi. A me è capitato due volte. La prima, sotto la giunta Ascione, un funzionario del Comune di Torre Annunziata mi accusò di falsità. La magistratura ordinaria mi assolse. La seconda volta, appunto, la scelta è ricaduta sul Garante. Anche in questo caso la verità ha trionfato, ma il costo è sempre tutto a carico di chi informa.
Ecco la nuova frontiera della repressione strisciante. Per impedire che il diritto di cronaca possa essere esercitato, i potenti non si rivolgono più solo ai magistrati. Bussano alla porta di un organo amministrativo, nominato dalla politica, che ha il potere di irrogare sanzioni pesantissime, con lo stesso effetto intimidatorio di una condanna. Non a caso l’Italia è scesa al 49° posto su 180 paesi nell’Indice della libertà di stampa, perdendo tre posizioni in un anno.
Giancarlo Siani fu ammazzato perché i boss capirono che le sue parole, la sua ostinazione, la sua macchina da scrivere combattevano indifferenza e omertà. Oggi, quella stessa verità si cerca di soffocarla non con la violenza fisica, ma con decreti, sanzioni e cavilli legali. Le armi sono più subdole, il veleno più raffinato, ma il veleno è sempre veleno.
Il risultato che si vuole ottenere, purtroppo, non cambia: rendere il mestiere del cronista un incubo burocratico e giudiziario, fino a farlo desistere. Perché un giornalista impegnato in cinque, sei cause è un giornalista che non può fare il giornalista. Libera, l’associazione antimafia di Don Ciotti, è impegnata nella campagna “Fame di Verità e Giustizia” in cui tra i punti c’è la richiesta di adozione della direttiva europea anti-SLAPP (le azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica).
Siani ci ha insegnato a non aver paura. Oggi la paura ha un nuovo volto, fatto di carte bollate e udienze. Ma la risposta non può che essere una sola: continuare a scrivere, a indagare, a non mollare. Perché se si spegne la luce dell’informazione, a vincere non è la legge, ma il buio della censura. La Corea del Nord e la Cina non sono così distanti. Mafia e politica non lo sono mai state.






