mercoledì 8 Dicembre 2021
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Taranto con la “La fiamma spezzata” in viaggio nel cuore del Salone internazionale del libro

Torino. Giovanni Taranto, giornalista e scrittore, ci racconta il viaggio del suo “La Fiamma spezzata” al Salone del libro di Torino.
Un’emozione che ha voluto condividere con i nostri lettori e con grande piacere accogliamo e pubblichiamo.

Il Chelli dell’Eredità Ferramonti; Rea; Mastriani e la sua cieca sorrentina, fortunatamente ante litteram rispetto all’estremizzato politically correct odierno, che ne avrebbe fatto un’asettica “Non vedente di Sorrento”; Antonio Ghirelli, maestro del giornalismo quanto della letteratura; Eduardo, il cui nome non ha bisogno d’altro, neppure del materno, composito cognome da disconosciuto figlio naturale di Scarpetta; Marotta; Deledda; Tognazzi; Compagnone; Serao, scrittrice e fondatrice dei più grandi quotidiani del Mezzogiorno, plurima candidata al Nobel; Sciascia figlia, che parla del padre e di Pirandello; Furio Colombo e Pasolini; Melville e Pavese, che ne trasformò in balena bianca l’originale The Wale; Verga; Fogazzaro; Gozzano, coi racconti che i suoi versi crepuscolari eclissarono.
Accanto a questi nomi titanici, che ci fa il mio?
E’ un errore. Non può essere che così.
Eppure è stampato lì, sotto il medesimo logo della Avagliano Editore, sulla prima di copertina del mio giallo d’esordio, “La fiamma spezzata”, proprio accanto a romanzi, saggi e racconti che portano quelle firme. Il mio libro è accostato agli altri, nel nostro stand al Salone internazionale del libro di Torino. Tanto vicino da sembrare sfacciato.
Fa impressione.
Vien voglia di organizzare una seduta medianica per chiedere scusa a quei grandi scomparsi.
Il mio nome sono abituato a vederlo in calce agli articoli di cronaca nera e giudiziaria che firmo da 37 anni. O nei sottopancia delle mie inchieste televisive contro le mafie. Nella gerenza di Tv e giornali che ho diretto. Ma lì? Lì no. Non mi sembra normale. Non ancora. E non so se lo diverrà.
E’ strano sentirsi novizi della scrittura dopo decenni passati, per professione, a pigiare le dita sui tasti. Della Lettera 22 prima, delle macchine da scrivere elettriche, dopo. E poi dei primi 286, dei Mac di redazione, fino ai moderni portatili.
Ma era giornalismo, quello. Oggi ti dicono che fai letteratura.
E non ci credi. Anche se hai passato il vaglio di severi comitati di lettura, editing finissimi, direzioni editoriali, e hai ricevuto l’imprimatur da una casa editrice di grande tradizione.
Chi me lo ha fatto fare di passare dalla cronaca alla brossura?
E’ che, dopo anni di nera, ti accorgi che, su certi temi, il lettore, assuefatto, rischia il rigetto. Quel che scrivi, anche se va in prima pagina, di rado induce ancora a riflettere.
Allora provi a cambiare approccio e linguaggio. Affinché chi ti legga desideri capire i meccanismi del crimine, come si alimentano le mafie, come pensa la mente criminale, o quanta fatica ci sia dietro un’indagine.
Cambiare colore alle cose è la chiave. Dal nero al giallo. Oscurità e luce. Ignoto e soluzione. Non rassegnazione, ma speranza.
Mondi diversi, la nera e il giallo. Complementari, se il romanzo realista riesce a diventare formativo.
Nel romanzo, tecnica, competenza e mestiere da nerista sposano la creatività. Le battute delle cartelle giornalistiche possono dilagare fuori dalla costrizione delle colonne del menabò e dare respiro ai battiti pulsanti del coinvolgimento.
Empatia, immedesimazione, proiezione.
Grazie a questa triade, parole e immagini del giallo diventano scelta desiderata del lettore.
Smette di leggerle e, invece, le vive. Se ne appropria. Si radicano nel suo profondo e lì restano, germogliano, creano nuovi universi di riflessione. Al contrario degli orrori della cronaca nera che, rimossi con brutali e repentine ablazioni, per esorcizzare pericoli e sofferenza, cauterizzano in cicatrici insensibili.
Il giallo no. Cambia la prospettiva. Trascina il lettore dentro le pagine. Accanto a vittime e carnefici. A sentire il peso della violenza, comprendere la logica della sopraffazione. Dal gioco delle parti, fino alla presa di posizione, che è già una scelta di campo.
Ci pensi dopo, a dare un nome e una spiegazione a tutto questo. Durante, forse, non tanto. Mentre lo scrivi, il tuo primo romanzo, cerchi solo di dare corpo a un universo reale nel quale ci si senta accolti, non spettatori. Per me, almeno, è stato così.
Così, attingendo a piene mani da anni di nera sul campo, ha preso forma “La fiamma spezzata”, ambientato a metà degli anni ’90, quando ancora contavano di più l’intuito e la capacità investigativa pura. Così è nato il Capitano Giulio Mariani, nel quale rivivono caratteri e valori che ho imparato ad apprezzare in chi nell’uniforme nera ha vissuto e operato davvero senza risparmiarsi mai.
Giovane, romano, non d’Accademia, ma promosso sul campo, Mariani è catapultato a dirigere una Compagnia dell’Arma ai piedi del Vesuvio, fra criminalità organizzata, disfacimento del tessuto sociale, disoccupazione. E deve tentare di ritagliarsi un minimo di vita familiare.
Il cold case di cui deve occuparsi riguarda la sorte incerta di un giovane Carabiniere. Vivo? Morto? Assassinato o suicida? Inviato a indagare sotto copertura o passato nei Servizi? Invischiato in qualche pessimo giro? Ma nel romanzo c’è di più. Tutto il mondo del Vesuviano: tradizioni, filosofia, modi di essere. Giulio si troverà a dovercisi immergere, scoprendone man mano bellezze e profondità.
Il SalTo21 è stato un salone redivivo dopo l’incubo-Covid. Nelle sue vene ho visto scorrere la linfa del variegato popolo dei lettori di ogni età. Bibliofili incalliti e neofiti incerti; amanti del classico e cacciatori di novità; survivalisti del sapere, che hanno dormito in sacco a pelo fuori dai cancelli d’ingresso pur di entrare nella prima ondata, ed elitari collezionisti di edizioni limitate. Tutti accomunati dalla voglia di tuffarsi nelle storie. Esploratori del sé attraverso viaggi interiori, su strade talvolta impervie indicate dalle pagine, scorciatoie tracciate da inchiostri altrui, e sentieri nascosti, scritti fra le righe. Gente bella dalla mente viva, che molti dicono in via di estinzione. Non è così. Anzi. Si moltiplica. Per fortuna.
Percepirne la voglia di leggere è vivificante.
Chi sceglie di leggerti apre per te cuore, mente e cervello, accetta la contaminazione di pensiero che offri, raccoglie la sfida del confronto e accoglie nel proprio “io” qualcosa di te. Si fa incubatore di ciò che hai creato. Lo proietta nel futuro, disseminando le spore del tuo pensiero in un immaginario sempre più collettivo, man mano che le tue storie diventano patrimonio più condiviso.
Dà sostanza all’anima dei tuoi personaggi, che sublima dalla pagina e vola da sola.
Al Salone, l’ultimo giorno, mentre andavo via, ho visto tra la folla la sagoma di un ufficiale dell’Arma. Ce n’erano tanti allo stand della Benemerita, e tanti giovani Carabinieri a vigilare ovunque per la tranquillità di tutti.
Ma quello, forse, era Mariani.

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