lunedì 28 Settembre 2020
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Napoli, 47 anni fa moriva il grande Totò

NAPOLI – Era il 15 aprile del 1967 e l’orologio segnava circa le tre e mezzo del mattino, quando un arresto cardiaco stroncò la vita del principe Antonio De Curtis, in arte Toto’.

Una morte beffarda per quell’uomo che cantava ‘Povero core mio’. Certo il principe non poteva immaginare che quel cuore, un giorno, l’avrebbe così terribilmente tradito. Ma per un cuore che inganna, c’è una memoria che conserva e cura: a 47 anni dalla sua morte, infatti, i suoi film restano ‘vivi’ e le sue canzoni, così come le sue poesie, sono ancora canticchiate e sussurrate da grandi e piccini.

Totò, in effetti, supera il concetto di attore, paroliere, poeta e finisce col divenire un vero e proprio simbolo che canta la semplicità, la generosità, la comicità, l’amore. ‘Amore’ è, appunto, una parola molto ricorrente nella storia del principe di Napoli: amava le donne, la vita, il suo lavoro, la sua città. ‘Eduà, Eduà mi raccomando. Quella promessa: portami a Napoli’ – rivolgendosi al cugino poco prima di morire. Così, il pomeriggio del 17 aprile, la salma di Totò giunse alla città nativa accolta da una notevole folla (si contano circa 200.00 persone). Sulla bara, la bombetta del suo esordio ed un garofano rosso. Nella Basilica del Carmine Maggiore, l’ultimo saluto: un lungo applauso, poi il suono delle campane. Si racconta che alcune persone furono colte da un malore, provato nel vedere Totò vivo. In realtà, si trattava di Dino Valdi, noto attore cinematografico che per anni è stato la controfigura di Totò. A Nino Taranto l’onore di pronunciare l’orazione funebre, poi la salma fu portata nella cappella di famiglia dei De Curtis. Ecco come si conclude il film più bello del ‘principe della risata’, quel racconto tanto intenso che è la storia della sua vita.

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E nel 47° anniversario della sua morte, vogliamo ricordarlo con le toccanti parole dell’amico e collega Eduardo De Filippo, di cui riportiamo un estratto dal ‘Paese Sera’ del 1967: ‘Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com’è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri. Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso. Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito’.

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